Esperienza in Tanzania – parte prima

Esperienza in Tanzania – parte prima

 

Sono stata per un mese a Tosamaganga, un ospedale situato in un altopiano nel distretto di Iringa, in Tanzania. Un’associazione ONLUS di Varese, ZERO PIU’, ha chiesto la mia collaborazione nell’ambito di un progetto per il potenziamento delle cure ai neonati ricoverati in quell’ospedale.

Premetto che si tratta di un ospedale che da decenni riceve una collaborazione italiana da parte del CUAMM (Medici con L’Africa) per la lotta contro

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la malnutrizione e che ora ha avviato un progetto chiamato “Prima le mamme e i bambini”.

E’ stata una esperienza forte, perché anche se mi sono informata in precedenza della situazione locale la realtà ha comportato un importante coinvolgimento emotivo, accompagnato dalla consapevolezza di non poter dare l’aiuto pensato e sperato.

I bambini nascono senza adeguate cure prenatali, e questo provoca risultati non prevedibili sia in termini di prematurità che di malformazioni maggiori non diagnosticate. Nella cultura locale la prima gravidanza segna il passaggio all’età adulta di una donna, e quindi è un passaggio fondamentale nella integrazione sociale. Ciononostante spesso la gravidanza viene tenuta segreta , anche nella cerchia familiare, nelle prime settimane, per timore che vengano effettuati sortilegi che possano comprometterla. Infatti c’è ancora la credenza che l’invidia delle persone possa riversarsi sul prodotto di concepimento, e quindi il primo elemento per la sua protezione è il silenzio. Questo fattore socio-culturale, assieme ad altri tra cui la scarsa considerazione per la data delle ultime mestruazioni, accentua l’imprevisto sulla determinazione dell’età gestazionale.

C’è una elevata mortalità infantile, di cui quella perinatale costituisce la quota maggiore; altra importante causa di malattia e morte è la malnutrizione.

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Nel piccolo reparto di neonatologia da poco costituito c’è una incubatrice e tre culle termiche (con lampade radianti), ma spesso manca la corrente elettrica , e si capisce quindi come possano esserci dei problemi di termoregolazione dei neonati; in questa zona ad oltre 1500 metri di altezza c’è una forte escursione termica, e di notte fa freddo, elemento che concorre all’ipotermia dei più piccoli. Anche l’erogazione di ossigeno viene effettuata attraverso miscelatori in cattivo stato di manutenzione, poco efficaci, che funzionano a corrente, e che quindi non possono avere una erogazione stabile. I sistemi di monitoraggio del cuore e del respiro non ci sono, ci sono solo gli occhi del personale sanitario e delle mamme per osservare i neonati, per capire come stanno.

L’ assistenza in termini pratici, a parte la visita medica, viene fatta per intero dalle madri, che rimangono anche per settimane sempre accanto al figlio, anche se hanno una famiglia numerosa a casa da accudire.

Le madri puliscono come possono i neonati, solo con acqua fredda raccolta in una scodella, poi li ungono con olio vegetale; cambiano i panni quando si sporcano (naturalmente non ci sono pannolini); sono lenzuola colorate, chiamate KANGA, che lavano subito nel cortile fuori dal reparto con saponetta e acqua fredda, in una bacinella che si portano da casa, e che è servita durante il travaglio e il parto “per altre necessità”.

Fin dai primi momenti spremono con la mano il seno e versano il latte in una tazza; poi lo aspirano con la siringa e lo danno al proprio figlio, ogni due o tre ore, giorno e notte, sempre da sole; non esiste infatti una modalità di conservazione del latte, e non c’è latte artificiale, perché risulta troppo costoso ; il sondino oro-gastrico non viene cambiato, per scarsa disponibilità di questo presidio.

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L’ospedale non fornisce pasti per le mamme, che mangiano quello che portano i familiari da casa oppure, meno spesso, quello che riescono a comperare nel villaggio circostante l’ospedale; di solito invece fuori dal reparto stazionano le nonne che si incaricano di accudire e aiutare le madri; portano un po’ di carne e tanta polenta di mais, bianca, fine fine, che si chiama UGALI; di contorno c’è la MCHICHA, verdura cotta di foglie di zucca e cipolla.

In questo ospedale spesso i bambini ricoverati vengono tenuti a letto con la madre, anche se molto piccoli (meno di 1,500grammi), perché non ci sono culle termiche per tutti, anche se i neonati le condividono in due per volta ; più spesso vengono tenuti al seno e ricevono il calore del contatto pelle a pelle. La Kangaroo mother care, incoraggiata nelle nostre TIN per aumentare l’intimità nella diade madre –bambino, diventa in questo contesto uno degli elementi fondamentali , l’altro è il latte materno, che conducono alla sopravvivenza.

Le cure che si possono fare sono poche; quasi tutti gli esami ematici, peraltro necessari, non sono fattibili; impensabile fare una radiografia o un’ecografia al cuore o agli altri organi. Ci sono alcuni antibiotici, ma mancano tutti gli altri farmaci disponibili senza difficoltà nella nostra realtà. Alcuni farmaci essenziali (antibiotici, antivirali, anticonvulsivanti), oltre naturalmente ai preparati di ferro e vitamine, vengono acquistati a pagamento presso la farmacia dell’ospedale dalla famiglia,con una ricetta, anche per la somministrazione in regime di ricovero.

Non sono neppure sempre garantite tutti quei piccoli presidi come sondini, cerotti, siringhe, che sono alla base della cura di un nato prematuro.

Una cosa sopra tutte che ci fa capire l’incertezza che governa il periodo di ricovero dopo una nascita prematura è la mancanza di un nome per il bambino : il neonato si chiama col nome della madre ( figlio di….), anche per più di una settimana, poi si vedrà, se sopravvive avrà anche lui un nome…

Così questa esperienza africana, che vi racconterò ancora per gli aspetti che riguardano il neonato, è stata d’aiuto per me per capire, al ritorno a Udine, quanto sia un privilegio il poter nascere nel nostro contesto, dove le cure , anche le più sofisticate, sono garantite gratuitamente per tutti.

Valeria Chiandotto

Associazione "Il Paese di Lilliput" A.P.S.